Il “Kerala Model” non è uno slogan: è un tessuto invisibile che tiene insieme la quotidianità. Dopo il monopolio coloniale delle spezie, redistribuzione. Dopo l’estrazione straniera, welfare. E questa idea di equilibrio si ritrova ovunque.
Arrivo a Kochin con quella sensazione che precede i luoghi importanti… sbarco in un’aria tumida e molle, un’umidità che non è solo nell’aria, ma nella memoria. Qui tutto è languido, tropicale, lento. Le palme sembrano piegarsi, non per il vento, ma per una cedevolezza entropica che mi contagia da subito. È quel momento magico prima dell’alba dove ai tropici si riesce a sfiorare l’essenza dei luoghi, prima che si stordiscano sotto il sole. Passeggio lungo i canali, dove le reti cinesi si alzano contro l’orizzonte come grandi scheletri poetici. Le guardo muoversi – corde, carrucole, uomini che tirano insieme – contro un mare che qui non è mai stato soltanto un elemento: è stato commercio, invasione, scambio, catechismo, cannella, pepe, potere. Le reti scricchiolano e il cielo si tinge di arancio. Un pescatore mi sorride, i denti macchiati di betel.


